La Storia

Etimologia del nome

Le ipotesi più accreditate danno a questo nome un’origine latina; la prima ci dice che Gradoli, localmente detto gràdele, farebbe riferimento al toscano antico Gradule (nome locale nel senese), e si presenta come un derivato dal latino gradus (passo, gradino, scalino) aggiunto del suffisso volgare –ùlus (ovvero gradulus).
La seconda ipotesi vede il nome Gradoli come una derivazione dal latino grades e ne deduce quindi un’origine romana.


Le origini

Le origini dell’attuale abitato sono incerte anche se nei suoi dintorni sono stati trovati alcuni insediamenti lacustri e terrestri appartenenti forse all’Età del Bronzo.
Esistono varie ipotesi:
L’origine Romana dall’etimologia del nome, ipotesi rafforzata dai vari ritrovamenti di tombe, cunicoli e quant’altro sul territorio.
L’origine Etrusca, che sostiene che il paese sia stato fondato da fuggitivi della città etrusca di Tiro.
Altri ritengono che Gradoli sia nata nell’alto medioevo, come altre cittadine della Tuscia che allo stesso modo hanno un nome di chiara derivazione latina; la fanno così risalire al periodo successivo alla distruzione di Bisenzio, i cui abitanti, ridotti in schiavitù dai Longobardi e costretti a rimanere in zona per coltivare la terra, successivamente avrebbero dato origine al nuovo centro abitato.
Ciò che è certo è che su tutto il territorio abbondano ritrovamenti di epoca etrusco-romana, ma non abbiamo al riguardo nessuna notizia sicura sul fatto che questi siano testimonianza di un vero e proprio centro abitato che sorgesse qui o piuttosto si trattasse di semplici e piccoli stanziamenti.


Il Medioevo

Le prime notizie storiche sicure e riscontrabili che si hanno su Gradoli come centro abitato risalgono al 1113, quando Matilde di Canossa donò alla Chiesa tutti i suoi possedimenti, ovvero una serie di paesi e territori che assieme formavano la provincia della Val di Lago e che comprendevano anche Castrum Gradolarum. Nel 1118 il clero del Castello di Gradoli intervenne al Concilio celebrato in Val di Lago da Guglielmo Vescovo di Orvieto, alla cui diocesi appartenne fino al 1369 quando fu incorporato nella diocesi di Montefiascone.
Il Castello di Gradoli si presentava come un centro fortificato sulla parte più alta del colle, con una rocca ed un probabile fossato a chiusura dell’unico accesso al borgo. Verso la fine del 1200 l’abitato fu ristrutturato aggiungendo un secondo perimetro attorno a tutto il promontorio che andava a completare l’assetto difensivo. Questa cinta muraria aveva due porte: una di accesso al centro abitato, l’altra per abbreviare il tragitto verso il fondo valle.
In quel periodo la Chiesa era seriamente interessata alla sudditanza del territorio lacuale per via della sua posizione strategica, ma era costantemente ostacolata da Orvieto che reclamava il dominio di queste zone. Si ebbe così sul territorio una presenza altalenante delle due potenze per tutto il XIII e parte del XIV secolo.
In questa situazione di contesa i pontefici, per ribadire le loro disapprovazioni, scrissero diverse Bolle fra il 1210 e il 1230. Nel 1234 ne fu emessa un’altra nella quale si proibiva qualsiasi alienazione dei beni della chiesa, compresa tutta la Val di Lago, per portare ordine nella caotica amministrazione del patrimonio ecclesiastico e mettere fine agli abusi. La Santa Sede adottava una politica diversificata verso le terre ad essa soggette: permetteva ad ogni città dominante (come Orvieto) libertà di comportamento nel proprio contado, purché venissero salvaguardati i luoghi direttamente soggetti al Papa.


Il domino di Orvieto

Verso la metà del XIII secolo le milizie orvietane riconfermarono il dominio su l’intera Val di Lago. Alla fine del pontificato di Clemente IV (1265-1268) Gradoli, diventato Comune, si ribellò assieme ai borghi vicini e si sottomise alla Santa Sede. Orvieto non volle mai accettare la perdita di quei paesi e così riuscì, verso la fine del secolo, a stipulare trattati dove i castelli della Val di Lago accettarono tutte le condizioni e riconobbero la loro sudditanza.
Con Bonifacio VIII venne confermata la scomunica per Orvieto, approvata durante il conclave del 1294.
Il cardinale Orsini fu inviato per riappropriarsi delle terre occupate dagli orvietani ma senza esiti positivi. Il Papa emanò allora una Bolla che toglieva ogni privilegio a chiunque non avesse obbedito. Ma Orvieto rafforzò le difese e anche questo provvedimento non portò a nulla.
In un documento del 25 agosto 1294 Gradoli risulta avere Statuti propri poiché mandò a Orvieto il Procuratore Ranuccio di Guidetto a prestare atto di sottomissione per conto del Consiglio Generale. Fu così stabilito che il Castello di Gradoli doveva inviare gli Statuti ogni anno, mentre il Comune di Orvieto si impegnava a pagare il salario del Podestà di 50 libbre di denari cortonesi.
Nel 1296 fu stipulato un accordo fra Orvieto e Roma: nella Bolla Assueta Matris Ecclesiae (marzo 1296) si legge che il Papa mandò frate Gentile da Brittonio, arcivescovo di Reggio, ad assolvere gli orvietani e prendere possesso di tutti quei luoghi precedentemente occupati da essi. Nel settembre dello stesso anno venne emanata la Bolla Illius vices dove si stabiliva che i castellani della Val di Lago sarebbero stati nominati ogni anno alternativamente dal Rettore del Patrimonio e dal Comune di Orvieto. Così facendo si esortava alla pace ma si ribadiva anche l’assoluto dominio del papato. Orvieto non poteva decidere niente senza il consenso della Santa Sede, ma in compenso ogni luogo della Val di Lago doveva inviarle compensi danarosi ogni giovedì di carnevale e ogni vigilia dell’Assunta. Queste concessioni papali a Orvieto erano atte a gratificarla per il suo ritorno all’obbedienza verso la Chiesa.
I borghi della Val di Lago furono così legati da un comune destino politico-religioso, sentendosi pure penalizzati in quanto speravano nell’aiuto della Sede Apostolica per liberarsi dal dominio di Orvieto. Così nel gennaio 1297 prima Latera, poi Gradoli e tutti gli altri paesi, non volendo avere due padroni, si ribellarono ai due giudici orvietani mandati per far rispettare i contenuti della Bolla. Ma non avendo forza sufficiente per resistere ala fine di marzo furono costretti a sottomettersi ai nuovi podestà inviati da Orvieto. Un anno dopo la questione tornò ad essere discussa e il pontefice invitò nuovamente gli orvietani a costringere i castelli con la forza a seguire le sue disposizioni. Il dualismo per la nomina del castellano di Gradoli venne riconfermato e durò fino a metà del XIV secolo.
Nel periodo Avignonese dei Papi (1309-1377) i paesi della Tuscia furono spesso abbandonati a se stessi, o affidati a feudatari malcuranti, o vessati da vicini più potenti.
Nel 1328 Gradoli subì un grave saccheggio con distruzione di case delle mura esterne da parte del cancelliere di Ludovico il Bavaro. La popolazione si asserragliò nel castello difesa da soli 300 concittadini validi alle armi. Resistettero per tre mesi ma dovettero per fame. Il 23 gennaio 1330 fu emanata una Bolla che esentava Gradoli per cinque anni dal pagamento delle tasse per poter ricostruire così il castello e le abitazioni.
Nel 1353 Innocenzo VI inviò in Italia il cardinale spagnolo Egidio Albornoz per riassoggettare le terre alla Santa Sede. Egli riuscì ad assoggettare Orvieto e tutti i paesi della Val di Lago che nel frattempo erano riusciti a diventare indipendenti.
Nel 1368, con Urbano V, Viterbo e Corneto restituirono a Gradoli i beni di cui l’avevano privata. Un anno dopo Gradoli tornò sotto il dominio dei Papi.
Nel 1394 Bonifacio IX nominò Podestà Costantino di Canino; nel 1411 l’antipapa Giovanni XXIII concesse il paese in feudo a Porcello Orsini di Monte Rotondo.


I Farnese

Nel 1425 Martino V concesse Gradoli e altri possedimenti a Ildebrandino Conti e ai figli Grato e Alto. Grato in seguito restituì al papato la metà dei Castelli e nel 1445 Eugenio IV li infeudò a Ranuccio III Farnese fino alla terza generazione; l’altra metà apparteneva ad Alto, che la vendette a Pio II Piccolomini nel 1466. Pio II la cedette a sua volta ai Farnese.
Nel giugno 1513 Papa Leone X conferì ai Farnese la perpetua investitura dei Castelli di Gradoli e Canino con l’unico censo di una tazza d’argento del valore di 12 fiorini d’oro. I Farnese ottennero così attraverso una spesa simbolica ciò che prima avevano avuto in vicariato da vari pontefici con il gravo di diversi tributi e per la durata temporale di sole tre o quattro generazioni.
Il cardinale Alessandro Farnese fece abbattere l’antica rocca facendo costruire al suo posto da Antonio da Sangallo il Giovane l’attuale Palazzo Farnese.
Nel 1534 Alessandro Farnese, eletto al Soglio Pontificio col nome Paolo III, investì il figlio Pier Luigi della signoria di un vasto territorio sottratto alla Santa Sede. Nascevano così la Contea di Ronciglione e il Ducato di Castro, di cui Gradoli faceva parte. Pier Luigi fu assassinato nel 1547 nella congiura di Parma, così il titolo e il governo passò ai figli Ottavio, Orazio e agli altri discendenti.
La presenza dei Farnese nel nostro territorio fece decollare l’economia di Gradoli. In questo periodo alcuni ebrei chiesero di stabilirsi qui. Nel XVIII secolo gli arrivi saranno più numerosi, tanto che si formerà un piccolo insediamento fuori dalle mura.
Agli inizi del 1600 i Farnese si trovarono gravemente indebitati a causa di ingenti prestiti contratti con la Camera Apostolica e con un gruppo di banchieri romani incoraggiati da Papa Urbano VIII, che mirava così all’acquisizione pacifica del Ducato di Castro, data la sua importanza strategica per lo Stato Pontificio. Ma l’intento fallì per via di Odoardo Farnese e si passò quindi alle armi.
Durante la I guerra di Castro, iniziata nel 1641, le truppe papali riuscirono a conquistarne l’intero Ducato e la città. Tutto poi finì con un accordo del 1644 firmato a Venezia e il ripristino dello status quo.
Ma le controversie si riaccesero per motivi economici fra il nuovo pontefice Innocenzo X e il nuovo duca Ranuccio II. Si arrivò quasi ad un accordo amichevole attraverso la mediazione di personaggi potenti, ma un grave accadimento causò lo scoppio della II guerra di Castro. Alla morte del vescovo di Castro, monsignor Alberto Giunta, il Papa lo sostituì con padre Cristoforo Giarda, mancando le pretese dei Farnese. Giarda fu nominato vescovo nell’aprile del 1648 ma, ostacolato e minacciato dai Farnese, non prese possesso della diocesi di Castro. Il 18 marzo 1649 il presule si diresse verso Castro su sollecitazione di Innocenzo X, ma lungo la Cassia fu assassinato da due sicari al servizio del marchese Guafrido, ministro del duca Ranuccio Farnese; i due sicari erano il Capitano Ranuccio Zambini da Gradoli e il Capitano Domenico Cocchi da Valentano.
Innocenzo X emise subito la scomunica contro gli assassini e i mandanti, dichiarò guerra e dopo varie battaglie occupò la città. In seguito ordinò la completa distruzione di Castro e decise che le spese di demolizione venissero accollate agli abitanti di quei paesi del Ducato rifiutatisi di partecipare alla devastazione. Le speseerano di 15000 ducati che per bontà di Mons. Spinola Governatore di Viterbo furono ridotti a 6000.
In ogni paese fu messa una guarnigione; a Gradoli era presieduta dal Capitano Conti.
Il Papa creò, ex novo, la sede episcopale ad Acquapendente.
Per quanto riguarda i sicari, il Canonico Lambertini si fece intercessore di questi a Parma e ottenne la loro assoluzione. Ma allo Zambini, processato di nuovo per l’usurpazione dei monopoli di grano (e quindi delle entrate ducali quando era esattore generale), fu tagliata la testa a Castel S. Angelo.


Lo Stato Pontificio

Con la fine del Ducato di Castro cessò anche il periodo di temporanea fortuna di Gradoli, che tornò sotto il dominio dello Stato Pontificio, anche se con autonomia amministrativa. Gli Statuti Farnesiani (o Castrensi), emanati nel 1558, rimasero in vigore, mentre la parte civile venne gestita da Valentano. Nel gennaio 1740 il vescovo di Montefiascone e Corneto, cardinale Pompeo Aldovrandi, commissionò un progetto di navigazione del lago di Bolsena e fiume Marta che arrivasse fino al mare, finalizzato ad un maggior numero di scambi in minor tempo e costi inferiori. Il progetto non fu mai realizzato.
Pio VI volle riformare il sistema amministrati vo e finanziario e iniziare il processo di unificazione gestionale delle Comunità dello Stato della Chiesa attraverso l’Editto Generale del 1786.
Nel 1811 Gradoli fu occupata dalle milizie di Napoleone. Papa Pio VII emana nel luglio 1816 le norme per l’organizzazione pubblica e l’anno successivo il Nuovo Codice di Procedura Civile.
In un periodo che va dal 1831 al 1834 cesserà la valenza del Codice Farnesiano, per via dell’emanazione di nuovi regolamenti circa le procedure criminali, legislative, giudiziarie e per gli affari civili.


Il Regno d’Italia

Il potere temporale dei Papi terminò il 20 ottobre 1870 quando la popolazione di Roma e del Lazio sanzionò l’unione al Regno d’Italia con plebiscito.
Le nuove amministrazioni dovettero affrontare tutti i problemi ereditati dallo Stato Pontificio: l’analfabetismo, la miseria, l’emarginazione e il vagabondaggio.
Si manifestò in queste zone il fenomeno del brigantaggio, con la presenza nelle macchie limitrofe di banditi come Chiappa e Nocchia. Questo fenomeno continuò a proliferare anche nel XIX secolo con personaggi quali Camilli, Mattacino, Marcotullio, Fumetta, Bustrenga, Marintacca, Tiburzi, Biagini, Fioravanti, Ansuini, Menichetti, Biscarini e Pastorini.
Il debito pubblico determinò in parte l’aumento delle imposte straordinarie, e questo peggiorò ancora le condizioni di vita della classe contadina. Nel 1903 agli abitanti di Gradoli, che avevano come principale fonte di sostentamento lo sfruttamento della terra, fu dato un parziale contributo attraverso la concessione in affitto dei terreni della Tenuta Comunale di S. Magno. Così fu emanato un regolamento per pianificare le piantate di olivi, di viti, disboscamento per il pascolo e qualsiasi miglioria della Tenuta.
Le nuove amministrazioni si cimentarono anche nel migliorare le condizioni sociali e urbanistiche di Gradoli, estendere l’istruzione, portare l’elettricità e l’acqua nelle case e altro ancora.
Lo scoppio della I Guerra Mondiale inciderà anche sulla vita di Gradoli.
Gradoli entrò a far parte della provincia di Viterbo con il decreto del 1 gennaio 1927.